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Io corro perché: 4 storie per rinascere

Perché una persona inizia a correre? Cosa spinge una donna, ma anche un uomo, che non ha mai praticato questo sport a infilare un paio di scarpe da running? E ancora, perché correre in gruppo è diverso? Abbiamo provato a raccontarlo attraverso 4 storie durante l’evento “Io corro perché”, una serata leggera con qualche momento divertente e non pochi spunti di riflessione.

C’è la storia di Anna, che sentiva il bisogno di trovare un gruppo non competitivo, che traesse linfa dalle relazioni personali e non dalle prestazioni fisiche. Un gruppo che al tempo non c’era e che Anna ha provato a inventarsi. Costruendolo da zero, passo dopo passo, è diventato una nuova realtà che in seguito ha sposato una causa importante. Oggi è un’associazione, Angels in Run. Offre un porto protetto a chi vuole correre o camminare in sicurezza ed è un faro a Verona che dà luce alla causa contro la violenza sulle donne.

C’è Sara. Marito runner, un cane amorevole con cui fare belle camminate e la sensazione di non riuscire ad andare oltre e iniziare a correre. “Perché agli uomini viene tutto così facile?” si domanda. Non che a noi donne venga esplicitamente impedito. Però diventiamo nostro malgrado ostaggi di secoli di retaggi culturali. Al punto di essere noi i nostri più grandi detrattori. E quindi cambiare modo di agire e porsi la domanda “perché no?” è un percorso faticoso, ma possibile. Come per Sara, che oggi corre.

La storia di Elen è quella di tante donne incastrate fra lavoro, casa, figli. Il senso del dovere prende il sopravvento e la persona passa in secondo piano. Smette di volersi bene o forse semplicemente pensa, senza troppa convinzione, che prima o poi riuscirà a trovare un attimo di tempo per sé. Finché quella chiamata non diventa impellente. Pena arrivare alla vecchiaia, voltarsi indietro e scoprire di non aver mai realmente vissuto. Ecco allora che la corsa è un mezzo per spezzare la catena psicologica, il gruppo diventa la spinta che serviva per fare il primo passo. E infine il modo per fare qualcosa per gli altri, ma in modo differente.

Non c’è maggiore forza su questo pianeta di una storia

A Roberta brillavano gli occhi mentre raccontava la svolta di tre donne vittime di altrettanti Mangiafuoco. Più che uomini, aguzzini, per i quali la violenza era l’arma per tenerle saldamente in pugno. Soprattutto psicologicamente. Tre donne che Roberta grazie alla sua professione ed esperienza ha aiutato a uscire allo scoperto, per prendere in mano il proprio destino e brillare di luce propria. Poi ci si è ritrovata anche lei, intrappolata in un rapporto sbagliato. Rendersene conto è stato difficile, lasciarsi tutto alle spalle anche. Ma oggi è una donna forte e solare che aiuta altre come lei a correre verso una vita consapevole.

Cosa sarebbe il mondo senza storie da raccontare! La loro forza contagiosa può essere un impulso potente per ispirare chi ci circonda. È questo che ci ha spinto a raccontarle. E nella seconda parte della serata abbiamo dato voce a Maria Antonietta Bergamasco e Anna Sanson, portavoce delle associazioni D-Hub e Protezione della Giovane, che hanno parlato della loro realtà e dei progetti che sosterremo con parte del ricavato di We Run – Libere di correre.

E qui ci riagganciamo alla storia di Anna. We Run – Libere di correre non è una gara, non ci sono medaglie, non ci sono cronometri. Non nasce come evento sportivo ma come un momento in cui centinaia di cittadini, di qualsiasi genere e appartenenza, si uniscono in un unico coro per combattere la violenza contro le donne in ogni sua forma. Per scardinare stereotipi e accendere luci sulle tante ombre che avvolgono questo tema. Per fare chiarezza e dare risposte concrete attraverso reti di aiuto. Che ci sono davvero e non sono fantasmi.

 

La serata si è chiusa con un invito che estendiamo anche qui. Non chiudete gli occhi, non tappatevi le orecchie ma fate rumore e passate parola. We Run è un virus ma solo attraverso il vostro aiuto può contagiare la mente e il cuore di chi vi circonda.